Trovato il neurotrasmettitore del gioco d’azzardo – Wired.it

Condé Nast

©Edizioni Condé Nast S.p.A. – P.zza Castello 27 – 20121

Milano CAP.SOC. 2.700.000 EURO I.V. C.F e P.IVA – REG.IMPRESE TRIB. MILANO N. 00834980153

SOCIETÀ CON SOCIO UNICO

WIRED LIFE NEWS
Trovato il neurotrasmettitore del gioco d’azzardo
Chi ne ha più degli altri reagisce alle perdite in modo meno traumatico, ed è portato a scommettere di nuovo
24 febbraio 2012 di Francesco Musolino
Norepinefrina o noradrenalina, ecco la cause delle nostre perdite finanziarie. Finalmente gli scienziati vengono in aiuto dei broker e dei giocatori accaniti, con uno studio che rivela il neurotrasmettitore che interviene per alleviare e rendere più tollerabili le perdite economiche, causando un meccanismo a catena, spesso autolesionistico.

Questo studio potrebbe essere soltanto il primo step per riuscire a produrre un farmaco capace di aiutare gli scommettitori incalliti ad affrontare il proprio problema. Ma, come rivela Julio Licinio, direttore del Molecular Psychiatry journal che ha pubblicato la ricerca, “questo neutrasmettitore potrebbe persino spiegare anche i crack in borsa del 2008 e la relativa crisi della City e di Wall Strett”. Lo stesso concetto di libero arbitrio, alla base della nostra società, sarebbe messo in crisi: “Evidentemente non è tutto così lineare e ci sono molte persone predisposte a prendere e perpetrare, certe decisioni”.

Lo studio è stato condotto da un team di ricercatori guidati da Hideiko Takahashi dell’università di medicina di Kyoto, su 19 uomini sani il cui cervello è stato analizzato con la PET (tomografia ad emissione di positroni) dopo che questi avevano scommesso d’azzardo. Il risultato? La norepinefrina (o noradrenalina) si è rivelato il neurotrasmettitore fondamentale per la risposta alla perdita di soldi.

Difatti, solo ai soggetti con bassi livelli di norepinefrina “in una parte cruciale del cervello”, è stata riscontrata la cosiddetta “avversione alla perdita”, ovvero una risposta emotiva ben più pronunciata dinnanzi alle perdite economiche rispetto ai guadagni. Viceversa, i soggetti cui sono stati riscontrati alti valori di norepinefrina, sono risultati meno sensibili al dolore derivante dalla perdita di denaro e dunque, potenzialmente più pericolosi se deputati a mestieri a stretto contatto con il denaro e gli investimenti altrui.

“Questa ricerca – afferma Derek Hill, professore di medica alla London College University – evidenzia il ruolo giocato dai neurotrasmettitori nella percezione complessiva del rischio economico e potrebbe condurre ad un farmaco capace di intervenire ad hoc”. Il prossimo passo? Lo illustra Alexis Bailey, docente di neurofarmacologia nella Britain Surrey University: “Dovrà essere analizzato il cervello dei giocatori patologici noti per comparare i loro livelli di norepinefrina con quelli dei non-giocatori. A quel punto potremo trarre le prime conclusioni vincolanti”.

foto: Corbis

Smart cities: a che punto siamo – Wired.it

Condé Nast

©Edizioni Condé Nast S.p.A. – P.zza Castello 27 – 20121

Milano CAP.SOC. 2.700.000 EURO I.V. C.F e P.IVA – REG.IMPRESE TRIB. MILANO N. 00834980153

SOCIETÀ CON SOCIO UNICO

DAILY WIRED NEWS AMBIENTE
Smart cities: a che punto siamo
La città del futuro è connessa e intelligente: un rapporto analizza gli esempi più avanzati nel mondo. Mentre anche in Italia qualcosa inizia a muoversi
- Quanto sarà digitale Milano, con l’Expo 2015?
24 febbraio 2012 di Simone d’Antonio
Innovative, integrate, partecipate: sono queste le caratteristiche delle smart cities a cui Cittalia, il centro studi dell’ Anci, ha dedicato una pubblicazione che passa in rassegna le migliori esperienze a livello europeo e mondiale in occasione della conferenza Le smart cities dell’Anci che a Torino ha fatto il punto sul rapporto tra innovazione e sostenibilità delle città italiane. Se in Italia però la strada da percorrere sembra ancora lunga, finora per mancanza di visione strategica come per scarsità di investimenti (anche se il ministro Profumo ha appena promesso un fondo governativo di un miliardo di euro per consentire alle città di partecipare ai bandi europei in materia), in Europa e nelle Americhe sono numerose le città di medie dimensioni che hanno puntato sulle Ict per migliorare la qualità della vita dei cittadini e la gestione dei processi urbani.

Sono dodici in totale le città prese in esame dallo studio, che raffronta diverse tipologie di smart strategy e ne racconta gli effetti sui percorsi di sviluppo intrapresi dalle differenti amministrazioni locali. Se da un lato città come Amsterdam hanno varato strategie integrate capaci di avere impatto sulle emissioni urbane attraverso interventi di riqualificazione energetica di edifici pubblici e privati (grazie a smart meters e smart plugs capaci di ridurre nettamente il consumo di energia) abbinati a efficaci percorsi di partecipazione civica (come ad Utrechtsestraat, strada a basse emissioni riprogettata assieme ai residenti), capitali come Tallinn e Helsinki hanno invece puntato sulle Ict per raccogliere dati in tempo reale su traffico e mobilità cittadina con l’obiettivo di riprogrammare in tempo reale politiche e interventi pubblici. Lo stesso obiettivo punta a raggiungerlo anche la portoghese Paredes attraverso una rete di cento milioni di sensori che metteranno in rete le informazioni su illuminazione pubblica, consumi energetici dell’edilizia pubblica e privata e smaltimento dei rifiuti gestite da un sistema centrale di controllo. Rendere smart questa cittadina di 80mila abitanti del Portogallo settentrionale è una sfida non solo per i grandi player mondiali coinvolti nel progetto (tra cui Cisco e McLaren, che metterà a disposizione le tecnologie di controllo elettronico in uso sulle auto di Formula Uno) ma anche per le cinque grandi università presenti nel giro di novanta chilometri, nucleo di ricerca decisivo per questa nascente Silicon Valley mediterranea. Sul ruolo propulsivo dei centri di innovazione locali ha puntato da tempo anche Aarhus, la città danese che sta riqualificando il distretto tecnologico di Katrinebjerg per rendere fruibili ai residenti le innovazioni prodotte da università e imprese del territorio e si prepara a lanciare per il 2014 il Navitas Park, nuovo hub cittadino per ricerca e innovazione ospitato nel più grande edificio a basse emissioni dal paese progettato dalla Kjaer & Richter Architects.

Innovazione partecipata è invece la parola d’ordine seguita da città diversissime per dimensioni e storia come Gent e Monterrey, accomunate dalla costante azione di confronto con i cittadini sul ruolo delle Ict per il miglioramento della qualità della vita. Mentre nella città belga è stata la piattaforma crowdsourcing Mijn Digitaal Idee voor Gent a garantire la partecipazione di residenti, associazioni ed imprese su progetti innovativi in tema di e-government e mobilità da portare avanti, a Monterrey l’Observatorio ciudadano ha favorito la condivisione dal basso dell’azione comunale attraverso l’uso di strumenti digitali innovativi e partecipati.

Variegati anche gli approcci smart alla crescita urbana sperimentati dalle città statunitensi, pioniere nella realizzazione di piani d’azione energetici e alleanze con le grandi imprese maggiormente orientate all’innovazione. Tra queste Seattle, che in partnership con Microsoft consente ai residenti di tracciare online i propri consumi energetici, contribuendo così al raggiungimento degli ambiziosi obiettivi posti dal Climate Action Plan, che ha favorito risparmi quantificabili in oltre trecento milioni di dollari per cittadini ed imprese. A Houston l’accordo con l’Alvarion ha consentito l’estensione della rete 4G alla quasi totalità della sua superficie urbana, con riflessi positivi sulla gestione del traffico e dei servizi comunali mentre Portland sta collaborando con Ibm per valutare digitalmente l’interazione tra le diverse politiche comunali (dalla mobilità alla salute, ad esempio, nel progetto-pilota sull’interconnessione tra livelli di obesità ed emissioni inquinanti), prevedere scenari e riorientare le politiche locali al fine di ridurre le emissioni dell’80 per cento entro il 2050.

(Nella foto: Seattle. Ceredits: Getty Images)

Cremona, il cervello in tribunale – Wired.it

Condé Nast

©Edizioni Condé Nast S.p.A. – P.zza Castello 27 – 20121

Milano CAP.SOC. 2.700.000 EURO I.V. C.F e P.IVA – REG.IMPRESE TRIB. MILANO N. 00834980153

SOCIETÀ CON SOCIO UNICO

DAILY WIRED NEWS SCIENZA
Cremona, il cervello in tribunale
Per la prima volta in Italia, una condanna grazie ai risultati di un test neuroscientifico. Anche se non si può parlare di vere e proprie prove, spiega a Wired.it il neuropsicologo Giuseppe Sartori
24 febbraio 2012 di Anna Lisa Bonfranceschi
Non è una macchina della verità, anche se il paragone è quasi inevitabile. Si chiama Implicit Association Test, Iat, ed è un sistema per stabilire l’ attendibilità o meno dei ricordi (ma anche per studiare convinzioni personali e predisposizioni a particolari comportamenti). In un certo senso, è un metodo per capire la genuinità di un’affermazione. Affidabile al 90% circa: il che, se da una parte depone a favore dell’accuratezza del metodo, dall’altra lascia spazio sufficiente allo scetticismo. Che tuttavia non ha impedito allo Iat di essere utilizzato in un processo penale, nel quale, per la prima volta in Italia, le prove fornite dal test hanno contribuito a condannare un commercialista per molestie sessuali nei confronti di una stagista.

Nel Tribunale di Cremona si trovavano da una parte il professionista, dall’altra la ragazza, poco più che maggiorenne, che riferisce di aver subito delle molestie sessuali. Le due versioni, come spesso capita, sono discordanti. La procedura è da prassi: il magistrato Guido Salvini chiama in causa un neuropsicologo per stabilire se sia presente un danno psichico, come riferito dalla ragazza, e se questo sia realmente imputabile agli eventi al centro del processo. “In una normale perizia quello che si fa è quantificare il danno psichico. Il problema è che il questo può essere simulato, soprattutto quando in campo ci sono questioni economiche, con la persona lesa propensa all’accentuazione”, spiega a Wired.it l’esperto forense Giuseppe Sartori, docente di Neuropsicologia Clinica all’ Università di Padova, che ha svolto la perizia: “Il compito del perito non è solo quello di stabilire la reale presenza del danno psicologico, ma anche quello di appurarne il collegamento causa effetto con le questioni al centro del processo”.

Per farlo Sartori è ricorso anche all’ Implicit Association Test, uno strumento pensato per studiare la memoria autobiografica. In questo caso il sistema è stato impiegato per convalidare l’ attendibilità di un ricordo stressante, quale può essere appunto una molestia sessuale, spiega il professore: “Non ci si può basare solo sul racconto di una persona, occorre trovare delle conferme, per questo abbiamo utilizzato lo IAT”.

Tecnicamente il test si basa sui tempi di reazione necessari a classificare delle frasi rappresentative dei punti di criticità dei ricordi (per esempio additandole come vere o false), elaborati poi da algoritmi matematici. “ La logica è quella della compatibilità dei ricordi: minori sono i tempi di reazione, maggiore è l’attendibilità. È un po’ come accade quando si guida con le gambe nella giusta posizione o a gambe incrociate: nel primo caso le performance saranno sicuramente migliori che nel secondo, con i riflessi per così dire rallentati”, spiega ancora Sartori. In pratica, è come se si cercasse qualche conferma implicita, inconscia, meno controllabile quindi, di un ricordo riferito.
Pagina successiva
1 2

Il manuale di censura di Facebook – Wired.it

Condé Nast

©Edizioni Condé Nast S.p.A. – P.zza Castello 27 – 20121

Milano CAP.SOC. 2.700.000 EURO I.V. C.F e P.IVA – REG.IMPRESE TRIB. MILANO N. 00834980153

SOCIETÀ CON SOCIO UNICO

Sotto la superficie di Facebook si muove un esercito di moderatori incaricato di rimuovere i contenuti proibiti dal social network. Troppo numerosi per essere gestiti da Menlo Park, i censori sono spesso reclutati in outsourcing da grandi imprese come oDesk. E come per tutte le task force c’è bisogno di un manuale di censura che detti ciò che è giusto cancellare. Tutte queste informazioni sono contenute in un documento riservato diffuso da una freelance marocchina di 21 anni, costretta a lavorare come censore per 1 dollaro all’ora.

Nelle 13 pagine pubblicate si può davvero trovare di tutto: violenza, bullismo, odio razziale e pornografia. Tutte categorie di immagini e contenuti per cui scatta immediatamente la censura o la segnalazione diretta al team interno a Facebook. Ma esistono casi in cui anche foto del tutto innocue possono essere bollate come proibite. Per esempio, l’allattamento al seno è considerato alla stregua di un contenuto osé.

Una volta filtrato il documento, la risposta di Facebook non si è fatta attendere: ” Per processare in modo rapido ed efficiente milioni di segnalazioni che riceviamo ogni giorno, abbiamo deciso di appoggiarci a società esterne per effettuare una classificazione iniziale di una piccola parte dei contenuti segnalati. Queste società sono soggette a rigorosi controlli di qualità e abbiamo implementato diversi livelli di tutela per proteggere i dati degli utenti che usano il nostro servizio. Inoltre nessun altra informazione viene condivisa con terzi oltre ai contenuti in questione e alla fonte della segnalazione. Abbiamo sempre gestito internamente le segnalazioni più critiche e tutte le decisioni prese dalle terze parti sono soggette a verifiche approfondite. I nostri processi vengono migliorati costantemente e i fornitori sono monitorati su base continuativa. Questo documento fornisce una fotografia dei nostri standard applicati a uno dei nostri fornitori”. (Grassetto nostro, ndr)

Ecco i punti principali del manuale di censura.

Nudità e sesso
In questa categoria ricadono tutte quelle immagini considerate esplicite: no a giocattoli erotici, violenze sessuali, persone che utilizzano il bagno, immagini di corpi nudi (eccetto quelle a carattere artistico) e capezzoli (tranne quelli maschili). Deve essere per questo motivo che le immagini di allattamento sono inserite nella black list. Ci sono poi dei casi in cui i moderatori freelance sono obbligati a lasciare la decisioni nelle mani del team di Facebook. Si tratta di casi estremi come pedofilia, necrofilia e animalismo.

Droga e violenza
I contenuti che hanno a che fare con la marijuana vengono censurati solo se chi li posta è intenzionato a venderla. Per tutte le altre sostanze stupefacenti scatta il blocco a meno che non siano citate in contesti, medici, scientifici o accademici. Anche le immagini di violenza sono trattate con il pugno di ferro: proibiti i video di bullismo così come le scene di rissa. La censura scatta subito sui simboli d’odio, a meno che non vengano mostrati per essere condannati.

Privacy
In questa categoria ricadono tutti quei contenuti su cui i moderatori devono svolgere ricerche sull’autore prima di far scattare la censura. Sono proibiti infatti tutti i contenuti che rivelano dati personali di persone terze o immagini che li ritraggono in situazioni imbarazzanti. Di contro, se un utente posta una propria immagine in stato di ebbrezza, i censori non procedono.

Linguaggio proibito
Ci sono numerosi casi in cui moderatori devono agire sul confine di una invisibile linea di confine tra cosa accettabile e cosa non lo è. Accade soprattutto nel caso dei commenti scritti, dove le sfumature di linguaggio possono far pendere la bilancia della censura da una parte o dall’altra. In questo senso, gli inviti sessuali, le minacce e l’istigazione al suicidio vengono censurati solo se ritenuti intenzionali.

Movimenti politici
Il documento diffuso dalla freelance marocchina contiene numerosi riferimenti al Pkk, il partito in cui si riconosce parte del popolo curdo. Questa organizzazione ha intrapreso varie azioni di lotta armata contro la Turchia nel tentativo di rivendicare l’autonomia del Kurdistan, e non è tollerata dal governo di Istanbul. Di conseguenza è proibito mostrare immagini inneggianti al Pkk o al suo fondatore Abdullah Öcalan. Di contro è data piena libertà di attaccarli pubblicamente su qualsiasi bacheca.

L’escalation
Il manuale di censura indica inoltre tutti quei casi particolari in cui i censori devono passare la patata bollente al team di Facebook. Oltre ai casi citati in precedenza, spiccano i contenuti che ritraggono il rogo di bandiere turche, l’attacco al padre della patria Ataturk e la negazione dell’Olocausto. Nella lista rientrano anche e i contenuti che riguardano l’autolesionismo, le minacce a pubblici ufficiali o a capi di stato e i casi di bracconaggio su specie protette.

Il Giorno – Giorno dei ragazzi – Filosofia, un gioco che aiuta i bimbi a diventare grandi

Media_httpwwwilgiorno_nsmft

Milano, 24 febbraio 2012 – Da qualche anno fare filosofia con i bambini è una delle pratiche di tendenza nell’universo infanzia. Sul mercato, libri e laboratori creati apposta per indurre a pensare. Scettici? Dov’è è andato il nonno adesso che non lo possiamo più vedere? Dov’ero prima di nascere? Perché devo andare a scuola? Perché devo proprio vestirmi prima di uscire di casa? Dove abita Dio? Se i pargoli vi hanno posto domande simili hanno, molto banalmente, fatto della filosofia. E voi con loro, cercando di dare risposte.
Perché questo è la filosofia: interrogarsi su ciò che ci circonda e capita. Capite? Proprio i piccoli con i loro curiosi “perché” sono in realtà i primi filosofi! La curiosità è però inversamente proporzionale all’età, va scemando col passare del tempo. Per tenerla attiva occorre allenarla. E fare filosofia, porsi domande è uno dei metodi più semplici. Ma chi lo insegna? Dovere di mamma e papà, certo. E la scuola?
Qui in Italia si fa filosofia con la sua Storia, senza pratica. Sono poche le realtà, private o statali, in cui bambini e ragazzi sono portati a dialogare tra loro su un tema, si deve guardare all’eccellenza emiliana (e a chi ad essa si ispira), testimonianza concreta che tale percorso dà un alto valore aggiunto all’educazione, favorendo gli strumenti per saper pensare in modo autonomo rapportandosi con altre prospettive e punti di vista. Così, ecco nascere una terza realtà. A Milano, il gruppo i Ludosofici, ovvero Francesco Mapelli e Ilaria Rodella, filosofi under 30, da qualche anno organizzano laboratori per i piccolissimi, dai tre anni in su, nelle librerie e nelle scuole (www.ludosofici.com ).
Identità, diversità, diritti e doveri, concetto di tempo sono alcuni dei temi affrontati partendo sempre da una pratica concreta, disegno o semplice oggetto, “Come la scatolina tattile, fatta con materiali diversi per descrivere il proprio carattere” dice Mapelli. Usano invece le storie per introdurre le tematiche Alessandro Pisci e Pasquale Buonarota. Piemontesi, attori da sempre, dal 2005 hanno ideato “Favole Filosofiche”, progetto di pratica filosofico-teatrale che usa la favola (in senso lato, può essere anche un aneddoto) come spunto iniziale per i laboratori a tema. Funziona così: nel punto cruciale la favola, recitata, viene interrotta e bambini e ragazzi (per lo più classi intere) sono invitati ad agire liberamente per concluderla; poi a ruota libera se ne parla insieme e tutto ciò che viene detto al riguardo, Pisci e Buonarota lo usano per la creazione di uno spettacolo teatrale, frutto in genere di un anno e mezzo di laboratori.
Dopo il cambiamento, le occasioni, la bellezza, la comunità, quest’anno è stato il tempo ad essere messo in scena, proprio per la prima “Settimana delle Favole filosofiche” (www.favolefilosofiche.com ), kermesse di grande successo appena conclusasi a Torino con la collaborazione della Fondazione Onlus Teatro Ragazzi e Giovani, fin dall’inizio partner del progetto. Ma a dimostrazione che tutto può essere usato per fare filosofia, Cinzia Figus, giovane filosofa e quasi giornalista, presso “Help Children & Families”, centro culturale per famiglie bilingue di Milano, ha organizzato il “Piccolo cineforum filosofico”: “Prima vediamo un film – dice la Figus – poi ne parliamo per una ventina di minuti”. Così, con Zorba di ‘La gabbianella e il gatto’ si è parlato della possibilità di prendersi cura di qualcuno mettendo da parte l’egoismo e con ‘Shrek’ dei concetti di bellezza e bruttezza. Domani, alle 10, con ‘Momo alla conquista del tempo’ si discuterà, appunto, del suo scorrere inesorabile (www.helpc.it ).
di Teresa Bettarello

Il fallimento del telelavoro – Wired.it

Guida

Clicca sul widget e automaticamente si posizionerà in alto in una delle due colonne laterali. Lo potrai poi spostare a tuo piacimento. Per mantenere le impostazioni anche nella prossima sessione di navigazione, occorre fare questa operazione da utente registrato.

Twitter Guru

L’agenda di Wired

Ultim’ora dal web

Hit parade

Ovi Store

I gadget più venduti

Google trends

Tempo reale

prev next

Smartphone, tablet e connessione wireless non sono riuscite a trasformare il mondo del lavoro. Dal manager all’impiegato, tutti rimangono saldamente legati all’ufficio, quel luogo oscuro che molti odiano ma di cui non si può fare a meno.

Queste le conclusioni della tavola rotonda organizzata a Milano dalla Herman Miller. Il fatto che il padrone di casa progetti uffici non tragga in inganno: il fallimento del lavoro immateriale è stato ribadito anche da Marcello Albergoni, Senior sales Manager di LinkedIn. ” Il nostro social network rende immateriale la ricerca di nuovi talenti o l’offerta di lavoro ma si sente ancora la necessità dell’incontrarsi di persona”, racconta a Wired.it. ” In Rete si selezionano i candidati e LinkedIn dà la possibilità di inviare proposte direttamente online ma è una scelta ancora minoritaria”.

Anche in un’azienda fortemente proiettata verso la Rete come LinkedIn ” si lavora con riunioni, incontri e conference call”, conferma Albergoni, dimostrando come si debba condividere uno spazio con i colleghi. Dopotutto anche quando lavoriamo con un tablet o un computer è naturale mostrare al collega ciò che si ha sullo schermo, un gesto molto più forte di qualsiasi slideshow o condivisione di documenti in cloud.

Una posizione che trova il suo alfiere anche in Mark Catchlove, manager di Herman Miller ed esperto dell’ergonomicità del posto di lavoro. “I dipendenti non vogliono lavorare da casa per due motivi”, spiega. ” Primo: pensano che relegarli a casa sia una mera scelta economica dettata dal risparmio e ciò sminuisce l’azienda di fronte al dipendente. Secondo: i manager stessi sono sempre in ufficio, perché quindi i dipendenti dovrebbero lavorare da fuori?”.

Se fino a vent’anni fa si profetizzava l’arrivo del telelavoro, oggi si assiste un’inversione di tendenza che ci riporta nel passato. Il cloud è fondamentale, tablet e smartphone rimangono centrali quando non si è in ufficio, ma il grosso del lavoro va svolto in un luogo condiviso che sia fisico. ” Studi recenti hanno dimostrato come lo spazio antistante ai distributori del caffé è la più efficace sala riunioni delle aziende. Lì nascono le idee geniali”, esordisce l’architetto israeliano Erez Ella.

Certo, non è detto che due persone nella stessa stanza parlino tra loro o collaborino, per questo si sta sviluppando una mentalità che dal lavorare ovunque fuori dall’ufficio sta portando al lavorare ovunque all’interno dell’azienda. Esempi illustri sono gli uffici di Google o di Facebook, spazi dove si è liberi di muoversi e di riunirsi. Una partita al biliardino o un prato in pieno sole spesso sono le migliori sale riunioni. ” l problema è che le nuove genrazioni l’hanno capito ma i vecchi dirigenti rimangono saldi sulle loro posizioni”, osserva Catchlove.

Per realizzare un’azienda aperta infatti c’è bisogno di un cambiamento anche nella gestione dei flussi produttivi. Non ci vuole molto, basta che i manager rinunciano alla loro “voglia di controllo totale a favore di un sistema che dia degli obiettivi e un tempo entro cui realizzarli”, commenta Catchlove. La strada per raggiungere l’obiettivo dovrebbe essere affidata alle scelte del dipendente. Come all’università insomma dove si conosce la data dell’esame ma poi ognuno gestisce come vuole il tempo dedicato allo studio o alle altre attività.

Con un sistema del genere si supererebbe la paura di vedere i dipendenti su Facebook come dei perdigiorno, il tablet o lo smartphone permetterebbero di lavorare ovunque ma sempre all’interno dell’azienda. Anche in bagno, ” un’altra insospettabile fucina di idee geniali”, come nota Ella. ” Dati alla mano, chi siede vicino al bagno produce più degli altri perché si prende più spesso delle pause e soprattutto incontra gli altri”, conclude.

Tutti gli amanti delle pantofole si rassegnino: in ufficio si produce di più e si sta meglio e per staccare basta andare alle macchinette del caffé. O al bagno.

Caro maschio, non stai per scomparire – Wired.it

Condé Nast

©Edizioni Condé Nast S.p.A. – P.zza Castello 27 – 20121

Milano CAP.SOC. 2.700.000 EURO I.V. C.F e P.IVA – REG.IMPRESE TRIB. MILANO N. 00834980153

SOCIETÀ CON SOCIO UNICO

Una storia vecchia e stabile (geneticamente) per 25 milioni di anni. Che lascerebbe ben sperare anche per il prossimo futuro, a dispetto di tutte le teorie catastrofiste che lo vedevano sulla via del tramonto, almeno dal punto di vista evolutivo. Le fosche previsioni sul cromosoma Y, quello che fa la differenza tra un maschio e una femmina, sono ora ribaltate da un gruppo di ricercatori del Whitehead Institute for Biomedical Research (Cambridge, Massachusetts) in uno studio pubblicato su Nature.

La teoria che vedeva il cromosoma Y come una porzione del genoma in via di estinzione, infatti era, finora, piuttosto accreditata. Giustificabile con un ragionamento semplice. Tutto ha inizio con l’origine stessa dei cromosomi sessuali ( X e Y, appunto) evolutisi da una coppia di semplici autosomi (cromosomi non sessuali). Questi, per mantenere diversità genetica e per evitare di accumulare mutazioni potenzialmente pericolose, si scambiano solitamente (e reciprocamente) dei geni, in un processo noto come crossing-over (che riguarda coppie di cromosomi omologhi).

Circa 300 milioni di anni fa, però, alcune regioni del cromosoma X avrebbero smesso di scambiare materiale con il cromosoma Y, che si era differenziato acquisendo la regione maschio specifica, la MSY, (Male-Specific region of Y chromosom). L’Y così, privato del crossing over, avrebbe cominciato in qualche modo a degradarsi, perdendo materiale genetico (tecnicamente per decadimento genetico). Con il tempo il crossing over con il cromosoma X sarebbe diminuito ancora di più, significando per l’Y la perdita di ulteriore materiale (l’X invece si sarebbe mantenuto in forma, continuando ad appaiarsi con il suo omologo X, nelle femmine).

Come conseguenza, la regione maschio specifica del cromosoma Y, la MSY, avrebbe mantenuto in circa 300 milioni di anni solo il 3% circa del materiale dei vecchi antenati, i cromosomi autosomici (l’equivalente circa di 19 geni su 600). Un trend che sembrerebbe segnare in maniera inequivocabile anche il futuro del cromosoma Y. Se non fosse che David Page del Whitehead Institute for Biomedical Research, a capo dello studio pubblicato su Nature, non avesse deciso di esplorare da vicino la questione, ricostruendo la storia evolutiva del cromosoma Y negli ultimi 25 milioni di anni, per cercare di capire effettivamente quanti geni della regione MSY siano stati persi in questo lasso di tempo.

Per farlo gli scienziati guidati da Page hanno sequenziato la regione MSY del cromosoma Y di un macaco rhesus (che dista, evolutivamente parlando, appunto 25 milioni di anni dalla specie umana) e l’hanno confrontata con quella della nostra specie. Paragonando i cromosomi i ricercatori hanno così osservato che negli ultimi 25 milioni di anni il cromosoma Y si è mantenuto piuttosto stabile, visto che rispetto a quello di macaco, quello umano sembra aver perso un unico gene ancestrale. Mentre quello di macaco negli ultimi 25 milioni di anni non ha perso neanche un singolo gene degli antenati.

“Il cromosoma Y era per così dire in caduta libera agli inizi della sua storia, e perse geni ad un tasso altissimo. Poi però si è stabilizzato” ha spiegato Page, commentando la ricerca: “Senza perdita di geni sul cromosoma Y del macaco Rhesus e con un solo gene perso sul cromosoma Y umano, è chiaro che l’Y non sta andando da nessuna parte. Il nostro studio semplicemente smantella l’idea di un cromosoma Y in via di estinzione”.
(Credit per la foto: Getty Images)

Neutrini: cosa è successo tra Cern e Gran Sasso? – Wired.it

Condé Nast

©Edizioni Condé Nast S.p.A. – P.zza Castello 27 – 20121

Milano CAP.SOC. 2.700.000 EURO I.V. C.F e P.IVA – REG.IMPRESE TRIB. MILANO N. 00834980153

SOCIETÀ CON SOCIO UNICO

Cinque mesi di lavoro attento e meticoloso, alla ricerca di quell’errore, di quel problema che avrebbe mandato in fumo i risultati della loro stessa scoperta, la più sensazionale del 2011: neutrini che viaggiano più veloci della luce. E alla fine, forse, i ricercatori dell’esperimento italiano Opera (Oscillation Project with Emulsion-tRacking Apparatus) nei Laboratori nazionali del Gran Sasso, hanno trovato due possibili errori: un problema nella sincronizzazione degli orologi atomici usati per misurare partenza e arrivo del fascio di neutrini, e uno nello stato del cavo che connette il sistema Gps a una scheda dei computer di Opera.

” Come abbiamo avuto i nostri dubbi all’inizio, li abbiamo ancora. Abbiamo lavorato intensamente per cercare la causa di questa anomalia”, ha detto all’ Ansa il fisico Antonio Ereditato dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn), coordinatore della collaborazione Opera: ” Abbiamo fatto, rifatto e ancora rifatto tutti i test possibili e ogni volta si imparava qualcosa di più. Abbiamo cercato a tappeto, esaminando tutti gli aspetti possibili, e alla fine abbiamo trovato due effetti…nella totale e responsabile trasparenza e onestà – ha detto – presentiamo questi nuovi dati con lo stesso livello di dubbio con cui nel settembre scorso avevamo annunciato l’anomalia nella misura della velocità dei neutrini. Bisogna mantenere la calma perché nemmeno adesso abbiamo la certezza”. E per maggio si attendono nuovi test per verificare le ipotesi.

Ma andiamo con ordine:
Era il 23 settembre 2011 quando i ricercatori dell’esperimento Opera del Cern annunciavano di aver riscontrato un’anomalia nella misura della velocità riportata da un fascio di neutrini, lanciati dal laboratorio svizzero verso quello sotto il Gran Sasso. Queste particelle infatti sembravano aver percorso i 730 km di distanza tra i due laboratori a una velocità superiore a quella della luce: di 60 nanosecondi. Dati che avrebbero fatto crollare uno dei pilastri su cui si basa gran parte della fisica moderna: la Teoria della Relatività Ristretta di Einstein secondo la quale nessuna particella dotata di massa può raggiungere una velocità superiore a quella della luce.

Per ottenere questo valore, i fisici del Cern e quelli del Gran Sasso avevano dovuto sincronizzare la misura dei tempi tra i due laboratori e calcolare con alta precisione anche la reale distanza tra la sorgente, a Ginevra, e il rilevatore, nell’Appennino italiano: questa è stata calcolata con un’incertezza di appena 20 centimetri su un percorso di 730 chilometri. Il tempo di volo dei neutrini è invece stato determinato con una precisione di meno di 10 nanosecondi, usando Gps avanzati e orologi atomici. Proprio in questi due passaggi, come vedremo, avrebbero avuto luogo i problemi che invece smentirebbero i risultati di Opera.

La prudenza e le critiche di allora:
Già allora i ricercatori erano cauti, avevano espresso una buona dose di incertezza e avevano effettuato (quasi) tutti i controlli e le verifiche che si potevano realizzare in quel momento. Così, infatti, scrivevano su un articolo pubblicato in pre-stampa su ArXiv per essere sottoposto a una peer review, ovvero all’esame di tutta la comunità scientifica: “ Dopo numerosi e attenti controlli e dopo che le misure sono state effettuate più volte, i dati sembrerebbero consistenti, ma l’impatto che un risultato di questo tipo potrebbe avere sull’intera comunità scientifica ci spinge a continuare la ricerca di eventuali errori sistematici ancora sconosciuti che ne diano una spiegazione più semplice”.

Prudenza ribadita anche da Dario Autiero, ricercatore del Cnrs e collaboratore dello studio: “ Sebbene le nostre misure abbiano una bassa incertezza sistematica e un’elevata accuratezza statistica, e nonostante la fiducia riposta nei nostri risultati sia alta, siamo in attesa di confrontarli con quelli provenienti da altri esperimenti”.

Insomma anche se speravano nel colpaccio, tutti erano pronti a mesi di controlli capillari in casa e fuori. Anche perché i dubbi erano tanti anche in seno allo stesso esperimento: non tutti i numerosi ricercatori di Opera avevano voluto firmare lo studio pubblicato su Arvix, perplessi dagli stessi dubbi che attanagliavano la comunità scientifica.

Le perplessità, come abbiamo già spiegato in un precedente articolo, riguardavano sia quello che questi risultati mettevano in discussione, la teoria di Einstein e la consequenzialità causa-effetto, sia il fatto che i dati ottenuti non erano coerenti e con quello che si sapeva dei neutrini, sia, infine, le modalità dell’esperimento stesso. Già all’epoca, come riportava Ars Technica, alcuni ricercatori avevano individuato tre possibili fonti di errore: la misura del tempo (quello che viene chiamato il tempo di volo dei neutrini), la distanza tra i due laboratori e la possibilità di determinare il momento esatto di partenza del getto delle particelle. Sembrava però che tutte le contromisure fossero state prese.

Per misurare il tempo di volo dei neutrini sono stati usati orologi atomici che possono sbagliare di un secondo su 30 milioni di anni. E le misurazioni sono state fatte da due diverse équipe, una tedesca e una svizzera. Per calcolare con precisione la posizione dei macchinari sotterranei del Gran Sasso, invece, era stato usato, in via del tutto pioneristica, un sofisticato sistema Gps. La terza questione era la più delicata: il momento esatto della creazione del fascio di neutrini è la cosa più difficile da misurare, perché non ci sono rilevatori di neutrini in uscita nei laboratori del Cern e quindi si può calcolare solo indirettamente, come spiegava già allora Rob Plunkett del Fermilab di Batavia al New Scientist.

Gli errori saltati fuori:
“ La prima anomalia, di tipo meccanico, riguarda un problema di trasmissione di un segnale, in particolare quello che sincronizza l’orologio del Gran Sasso con quello del Cern”, spiega Antonio Masiero, direttore della sezione di Padova dell’Infn. Per conoscere gli istanti esatti in cui il fascio di neutrini parte e arriva è infatti necessario che i due strumenti siano perfettamente sincronizzati; questo si fa tramite un Gps. Ed ecco il problema: sembra che il cavo di fibra ottica che mette in comunicazione il Gps con il computer che analizza i dati non mantenga costante i tempi di trasmissione, ma che a volte acceleri. “ Non possiamo sapere come si è comportato il cavo al momento dell’esperimento, ma preoccupa il fatto che l’errore è proprio di quelle decine di nanosecondi in meno rilevate”.

Il secondo problema è legato alla scheda elettronica che registra il momento in cui i neutrini colpiscono il bersaglio sotto il Gran Sasso: “ In questo caso abbiamo un errore che va nel senso opposto”, continua Masiero: “ È come se l’orologio avesse dato un tempo maggiore di quello effettivamente impiegato dai neutrini. Per ora, però, è difficile valutare di quanto potrebbe essere questo errore. I ricercatori ci stanno lavorando: se fosse dello stesso ordine di grandezza dell’altro, si potrebbe pensare a una compensazione, ma è tutto da vedere”.

E ora? Ovviamente continuano i controlli da parte degli stessi ricercatori di Opera, che prima di rilasciare i risultati avevano già ripetuto i test. Prima del riscontro comunque, si era progettato di fare delle nuove verifiche anche in altri tre esperimenti, che si sono già dotati di tutta la strumentazione necessaria. In più si sta studiando la possibilità di fare misure di verifica utilizzando i raggi cosmici.

La prudenza di settembre è addirittura moltiplicata, come si anche evince dalle dichiarazioni a Nature di Caren Hagner, membro dell’esperimento opera dell’Università di Amburgo in Germania dice: “ Per il momento la collaborazione ha deciso di non produrre un resoconto quantitativo, perché dobbiamo ricontrollare e discutere i risultati in modo più approfondita”. Anche la posizione ufficiale del Cern è di attesa: James Gillies, portavoce del Cern, ha confermato i problemi del sistema Gps ma ha ribadito che saranno necessarie nuove misure prima di poter trovare conferme a una qualunque delle teorie. I ricercatori di Opera, infatti, hanno già in programma di ripetere le misure appena un nuovo fascio di neutrini sarà pronto per essere lanciato. E non sono i soli pronti a nuove misure: al Fermilab i membri di Minos continuano a tentare di fare le loro misure indipendenti della velocità dei neutrini, con i primi risultati che dovrebbero arrivare proprio quest’anno. “ Fasci di neutrini sono sparati verso una miniera che si trova a circa 730 km di distanza”, dice Masiero: “ Stanno prendendo i dati e nel giro di qualche mese dovremmo avere i risultati. In ogni caso non va dimenticato che l’esperimento Opera conserva il privilegio di aver raggiunto una grandissima precisione sulla velocità di particelle subatomiche, una tra le migliori al mondo”. E intanto a maggio si eseguiranno nuovi test tra Cern e Gran Sasso. Restiamo in attesa.

De Maria e la a pittura trascendentale | Artribune

New York, dieci libri per innamorarsi – Libri – Panorama.it

Media_httpblogpanoram_dcsjb

New York, dieci libri per innamorarsi

Tags: Andy Warhol, città, Column McCann, E.L. Doctorow, I libri della settimana, lista, new-york, Teresa Carpenter, Walter Benjamin Lascia un commento

“Non sapersi orientare in una città non vuol dire molto. 
Ma smarrirsi in essa, come ci si smarrisce in una foresta, è una cosa tutta da imparare”.

Così il filosofo tedesco Walter Benjamin spiega la sua teoria del viaggiatore errante. Si sposa perfettamente con New York (di cui era anche un appassionato amante). Città in cui smarrirsi appunto, magari leggendo i libri di chi, prima di noi, l’ha vissuta.

Si può cominciare attingendo ai curiosi (e preziosi) consigli della guida City Secret Manhattan: the essential Insider’s guide in cui artisti, fotografi, designer, politici, scrittori, banchieri riempiono le pagine di questo piccolo (e tascabile) libricino blu per consigliare, quartiere dopo quartiere, angolo dopo angolo, cosa scoprire di inedito in New York City. Un bar, un palazzo, una galleria d’arte, un bistrot, un angolo di pace.

Inedito per noi ma vissuto per loro nella quotidianità di cittadini. Alla ricerca del dettaglio che sfugge al turista della prima ora. Ma anche a chi ama da tempo New York ma non la vive mai da newyorker.

Se avete un animo meno classico ma più pop potete invece decidere di passeggiare da nord a sud di Manhattan facendovi guidare da Andy Wharhol e dalle pagine di Andy Wharol’s New York City: four walks, uptown to downtown. Aprirla e usarla come percorso è un po’ come mettersi a braccetto con l’artista attraverso le case in cui ha vissuto, i club che ha frequantato, i musei, i negozi e i ristoranti preferiti. Accompagnati dai racconti delle persone che incontrava e con cui si intratteneva.
Questa la suddivisione:
- I Upper East Side (oltre East 70th Street)
- II Upper East Side (da East 57th a East 68th Street)
- III Midtown
- IV Downtown (Murray Hill, Chelsea, Rose Hill, Union Square, East Village, Greenwich Village)

Ma a New York, si sa, bisogna stare molto anche con il naso all’insù. E guardare i grattacieli. Un po’ come fa Mario Maffi, professore di Cultura anglo-americana presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Milano ma un appassionato di geografie culturali d’America. Nel suo New York: ritratto di una città racconta il “sopra” dei grattacieli e il “sotto” della metropolitana, girovagando dal Bronx a Buttery Park, perdendosi nei labirinti dei diversi quartieri e riproponendo brani di letterati e scrittori che raccontano storie e ricordi.

Come quelle che, in chiave moderna, si snodano tra le pagine di due volumi: New york stories: the best of the city section of the New York Times e More New York Stories: the best of the city section of the New York Times. Si tratta di raccolte di articoli dalla sezione “City” del quotidiano scelti e messi insieme dalla giornalista Consance Rosenblum, responsabile della rubrica.

Due esempi: c’è la giovane Katherine Mash che racconta ironicamente come la città non sia certo adatta ai claustrofobici. Basta entrare negli ascensori dei grandi magazzini Macy’s per rendersene conto. Oppure Suzanne Vega, 43 anni, sposata, divorziata che snocciola la sua storia di “donna che si rimette in gioco” comprando la licenza di tassista nella città dove il traffico (e i pericoli) sono compagni di giornata.

Un’indicazione, invece, per i lettori più raffinati (e perché no, più “snob”): le pagine di New York Diaries: 1609 to 2009. Il premio pulitzer Teresa Carpenter ha studiato montagne di archivi storici per riportare alla luce chi ha fatto cosa ogni giorno dell’anno, lungo tre secoli, a New York.

E allora ecco Mark Twain, che il 2 febbraio del 1867 dice: “My experience is that a man cannot go anywhere in New York in an hour. The distances are too great – you must have another day to it. If you have got six things to do, you have got to take six days to do them in” (La mia esperienza mi dice che un uomo non può fare il giro di New York in un’ora. Le distanze sono troppo vaste. Servono almeno due giorni. Se hai sei cose da fare devi dedicarvi sei giorni).

Oppure il giornalista Edward Robb Ellis, che il 22 maggio 1947 afferma: “Today I arrived by train in New York City, which I’d never seen before, walked through the grandeur of Grand Central Terminal, stepped outside, got my first look at the city and instantly fell in love with it. Silently, inside myself, I yelled: I should have been born here!” (Oggi sono arrivato a New York in treno, cosa che non avevo mai fatto prima, ho camminato nella grandeur della stazione Grand Central, sono uscito fuori, ho dato un primo sguardo alla città e l’ho amata subito. Silenziosamente, dentro di me, mi sono detto: Dovevo nascere qui!)

Una volta che siete vissuti a New York per qualche tempo 
e la città è diventata casa vostra, non c’è altro posto altrettanto bello.
Qui si concentra tutto, popolazione, arte, teatro, letteratura, editoria, 
import, affari, assassinii, aggressioni di strada, lusso, povertà. 
è tutto di tutto.
Va avanti tutta notte, è instancabile.
- John Steinbeck –

Già. Nascere a New York e viverci. Con i suoi colori, i suoi bianchi e nero e i suoi contrasti. Come si racconta nei tre romanzi che vi indichiamo, una lettura straordinaria (in tre declinazioni diverse) prima o durante un viaggio nella Grande Mela.

Aprire le pagine di Open City di Teju Cole (nigeriano trasferitosi negli Usa nel 1992) significa immergersi in una New York piena di duri contrasti. È la storia di un giovane psichiatra che vive a Manhattan nel 2006 e che attraverso le sue lunghe passeggiate nella città analizza i comportamenti della gente, riflette sui rapporti tra le persone e in particolar modo su quello (da poco concluso) con la sua fidanzata in un intreccio tra presente e passato.

Homer and Langley, invece, è la storia di due fratelli ispirata a un fatto di cronaca della New York del primo novecento e rivisitata da E.L. Doctorow. Homer, fratello cieco, e Langley tornato semifolle dalla Grande Guerra, sono due rampolli di una famiglia benestante che nel corso dei decenni trasformano il loro palazzo in un delirante ricettacolo di ciarpame dove vivranno come reclusi fino a rimanere sepolti sotto le tonnellate di spazzatura da loro stessi accumulata. Sono la metafora di un mondo e lo specchio di un lungo periodo della storia americana.

Ma è con Questo bacio vada al mondo intero di Column McCann che New York si tinge di un fascino ineffabile. Parte da una storia vera. Per arricchirsi di immaginario.

È il 1974. Un uomo è lassù, in cima alle torri Gemelle e cammina su un filo teso tra l’una e l’altra. Sotto, la città si ferma a guardare. Con il naso all’insù. Mentre ricchi, poveri, sacerdoti, genitori orfani di figli morti in Vietman, prostitute, vivono le loro vite dal Bronx all’Upper east side. Intrecciate tra loro. Alla ricerca di quell’equilibrio che, lassù, il piccolo uomo sul filo sembra aver trovato.

P.s. non dimenticatevi di rilassarvi con le meravigliose foto di New York 365 days. 740 pagine di scatti selezionati, anche questa volta, dall’archivio del The New York Times. Meravigliosi, inediti, pieni di luci, di bianchi e neri. La grande mela vista con tutti gli stati d’animo. E tutte le emozioni.

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.